Nuoto: come vincere la paura dell’acqua. Consigli per adulti e bambini

Imparare a nuotare può salvarci la vita.
Come fare se la paura dell’acqua ci blocca?

Il riflesso natatorio o riflesso di apnea, tipico del neonato, viene comunemente ed erroneamente definito “galleggiamento spontaneo”. In che cosa consiste l’errore, dal momento un bimbo di pochi mesi si muove in acqua come un pesce senza che nessuno glielo abbia insegnato? L’errore è considerare il galleggiamento spontaneo esclusiva dei neonati, quando invece è prerogativa di qualsiasi corpo che abbia peso specifico inferiore a quello dell’acqua. Il corpo umano, a qualsiasi età, rientra in questa categoria, soprattutto quando si trova in acque marine, leggermente più “pesanti” dell’acqua dolce.

È vero che siamo costituiti per la maggior parte da acqua, ma non dimentichiamo le cavità con presenza di aria. E un aiuto, anche se minimo, arriva anche dai tanto odiati “cuscinetti” che essendo costituiti di grasso sono più leggeri dell’acqua. Ma allora perché si affoga? Detto in maniera semplificata, il riflesso involontario, al primo accenno di “bevuta” e al panico che insorge in questa situazione, è quello di inspirare innescando un circolo vizioso che ci farà continuare a bere, riempiendo così i polmoni di acqua.

Nella mia esperienza di insegnamento del nuoto agli adulti terrorizzati dall’acqua, mi era di grande aiuto riportarli con la memoria al principio di Archimede a cui tutti davano credito per averlo studiato da bambini. Convincere “la pancia” di questi adulti a infilare la testa sott’acqua era poi un’altra battaglia, ma la consapevolezza che l’andare a fondo sia contrario, in condizioni normali, ai principi della fisica, li mandava avanti nella decisione di imparare a nuotare con una sicurezza e una determinazione maggiore. Come dire “ non devo imparare qualcosa, ma solo riappropriarmi di una dinamica naturale per il mio corpo”.

Difficile, invece, ricorrere ai principi della fisica per convincere un bambino di pochi anni, che abbia perso il riflesso natatorio! Nemmeno l’esempio dell’elefante, molto più pesante di lui, che nuota senza essere andato a scuola, sembra persuaderlo troppo. Al bambino serve la prova provata della possibilità di galleggiare. Sono necessari quindi altri trucchi per stimolare la sua acquaticità.

Approfittiamo delle vacanze ormai vicine per riconciliarci col mare o la piscina, usando qualche piccolo trucco. Non si tratta di darci al nuoto fai-da-te, per il quale è indispensabile un istruttore qualificato che ci insegni i giusti movimenti, ma di creare degli automatismi in vista di un vero corso al rientro in città. Una volta che l’aspetto maggiormente problematico, costituito dalla paura di bere o di affogare, sarà superato, ci verrà più facile concentrarci quando ci troveremo di fronte all’insegnante e all’interno di un gruppo. Qui, infatti, l’ansia da prestazione, inevitabile quando ci si confronta con le proprie paure o con la convinzione di non farcela, potrebbe avere la meglio e mandare il principio di Archimede e tutte le conseguenti razionalizzazioni a farsi benedire.

Nuoto e adulti: imparare la respirazione in acqua… fuori dall’acqua

Nuoto e paura dell'acqua - Consigli

Una volta che l’adulto ha fatto sua la convinzione che riuscire a galleggiare è naturale, il vero nodo da sciogliere è riuscire a infilare la testa sotto l’acqua. Nel 90 % dei casi, è proprio il ricordo di una bevuta clamorosa che ha determinato la decisione di non entrare più nemmeno in una vasca da bagno. Anche il più esperto nuotatore ha sperimentato almeno una volta, la sgradevole sensazione dell’acqua che entra dalle narici e sembra andare diritta al cervello mandandolo in cortocircuito.

Purtroppo la respirazione nel nuoto, è l’esatto contrario di quella che siamo abituati a praticare nella vita di tutti i giorni che prevede inspirazione dal naso ed espirazione dalla bocca. In acqua, ovviamente, l’unica fase di respirazione possibile, se vogliamo evitare di risucchiare il Mediterraneo, è l’espirazione. E dato che solo la bocca è suscettibile di chiusura, l’espirazione dovrà avvenire per forza dal naso. Sarà la spinta dell’aria in uscita a impedire all’acqua di entrare.

Essendo questo meccanismo antitetico al nostro istinto, suggeriamo agli idrofobici di cominciare ad “allenarsi” fuori dall’acqua. Rilassiamoci, prendiamoci il nostro tempo tra una respirazione e l’altra per pensare bene a quello che facciamo, poi inspiriamo dalla bocca e soffiamo forte l’aria dalle narici. All’inizio sarà necessario chiudere il naso con le mani, mentre inspiriamo dalla bocca, per impedire all’istinto di prevalere. Solo quando il meccanismo sarà ben rodato, possiamo passare a esercitarci in acqua. Assicuriamoci però di avere sempre qualcuno vicino, pronto a intervenire se il panico avesse il sopravvento.

Ricapitolando mentalmente il meccanismo, immergiamo la testa a espirazione già iniziata (così che nemmeno una goccia d’acqua possa entrare), e tiriamola fuori quando sentiamo che la riserva d’aria nei polmoni sta per terminare. Le pause tra un’immersione e l’altra saranno inizialmente più lunghe per diminuire man mano che prendiamo confidenza.

L’importante è non bruciare le tappe per impedire a una bevuta di vanificare tutti i nostri sforzi. Anche quando le vacanze saranno finite continuiamo a esercitarci fuori dall’acqua, oppure in piscina rimanendo attaccati al bordo per evitare di intralciare i nuotatori “seri”.

Nuoto e bambini: meglio un approccio graduale

I bambini, si diceva, non si accontentano che qualcuno dica loro che sono in grado di galleggiare. E allora dimostriamoglielo! Il metodo migliore è quello di fare entrare il nostro bimbo in acqua con un ausilio galleggiante. Possono essere anche i braccioli o il salvagente, ma la scelta migliore è sicuramente il gilet gonfiabile senza presenza di schiuma. Permette dei movimenti più naturali. In questo modo il bambino si sentirà sicuro e farà il suo bagnetto muovendo gambe e braccia. Togliamo ogni giorno, in maniera impercettibile, un po’ di aria, fino a sgonfiarlo completamente. Anche per questo il gilet è la soluzione migliore: è più difficile notare se è sgonfio.

Dopo qualche giorno che il bimbo sta a galla in maniera indipendente, sorprendiamolo facendogli constatare che è in grado di nuotare. Certo, avrà imparato a nuotare a cagnolino, ma avrà tutto il tempo per migliorare lo stile. E, cosa più importante, diminuiranno i rischi in caso di caduta accidentale in acqua. Se vogliamo anche insegnargli la respirazione, facciamolo come un gioco. All’inizio conviene farlo immergere chiudendosi il naso con le dita, così da abituarlo ad andare con la testa sott’acqua. Lo step successivo sarà giocare al drago che sputa fuori il fuoco dalle narici.

Se il bimbo non ne vuol sapere di nuotare da solo, nonostante gilet, braccioli o ciambella, pazienza. Lo farà al momento opportuno. Cerchiamo comunque di stimolare il contatto con l’acqua rassicurandolo con la nostra presenza. Possiamo tenerlo in braccio o per le mani, ma mai sulla nostra schiena a meno di non essere degli ottimi nuotatori: se dovesse andare in panico la sua reazione sarebbe incontrollata e potrebbe essere pericolosa per noi e per lui. Non sottostimiamo l’energia che la paura mette addosso anche quando si tratta di un esserino così piccolo.

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Ex istruttrice di nuoto, appassionata di yoga nonostante uno spirito pragmatico e contadino. Amo lo sport non agonistico da quando l'agonismo ha battuto l'etica ai rigori. Sono attiva sui seguenti social network: Campariorangecongliamici e Pizza&chiacchiere.
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