Nuoto neonatale: quando è meglio cominciare

Imparare a nuotare aumenta la sicurezza dei nostri figli. Meglio farlo il prima possibile.

Il nuoto non va visto solo come lo sport più “completo”, e nemmeno come l’ennesima attività con cui riempire l’agenda dei nostri figli, già più impegnati e stressati dei manager di una multinazionale. Il nuoto, oggi come oggi, è paragonabile a una “funzione vitale”. Sono sempre di più le situazioni in cui un bambino, al pari di un adulto, potrebbe finire accidentalmente in acqua. E saper nuotare, o almeno galleggiare con sicurezza può fare la differenza – brutto a dirsi quando si parla di bambini – tra la vita e la morte. Pensiamo, ad esempio, all’agriturismo fuori porta, dove andiamo la domenica in cerca di relax per noi e per i nostri figli. Nemmeno il più rustico è immune, ormai, dalla presenza di una piscina. Anche se non utilizzata, rischia di trasformare la nostra giornata di relax in una giornata di ansia pura, non appena il bimbo scompare dal nostro campo visivo. Anche nelle abitazioni private è tutto un proliferare di piscinette, il più delle volte insufficienti per fare quattro bracciate, ma potenziali trappole mortali se si hanno bambini piccoli.

Sfruttiamo il riflesso di apnea

Esiste un’età ideale per iniziare a nuotare? Posto che tutte le età sono buone per cominciare (o ricominciare), a mio avviso l’età ideale coincide con i mesi in cui il bambino ha il cosiddetto “riflesso di apnea”, una specie di “memoria” dei mesi passati immerso nel liquido amniotico: un istinto innato che gli fa chiudere la glottide quando si immerge, impedendogli di bere.
Verso il settimo o l’ottavo mese di vita, questo istinto scompare o tende ad affievolirsi notevolmente. Sfruttare il periodo precedente per stimolare la sua naturale acquaticità, può renderci la vita molto più facile in futuro. Oltretutto, a differenza di sport più impegnativi o asimmetrici, il nuoto non ha controindicazioni legate all’età e allo sviluppo muscolo-scheletrico. È, al contrario, una fonte inesauribile di benefici.

Nuoto neonatale: rispettiamo le sue paure

Il riflesso di apnea non è che uno degli aspetti dell’acquaticità nel neonato, che, in condizioni normali, si muove con estrema confidenza in ambiente liquido. Non per tutti i bimbi è così. Per i più insondabili motivi, che potrebbero andare da un impatto poco gradito col primo bagnetto della nursery, alla tensione che gli trasmette una mamma alle prime armi con l’ operazione di pulizia quotidiana, alcuni neonati manifestano per l’acqua la stessa avversione dei gatti.

Per quanto utile possa risultare il nuoto neonatale, raccomandiamo di rispettare sempre queste paure, ricorrendo, semmai, a degli escamotage per aiutare il bambino a superarle in maniera indolore, ma senza mai forzarlo se manifesta disagio. Ho insegnato nuoto ad adulti letteralmente terrorizzati dall’acqua, figli di genitori convinti di vivere nell’antica Sparta, sostenitori del teorema secondo il quale, una volta buttato in acqua, il bambino nuota per sopravvivere. Il risultato di questa pratica mutuata dalla leggenda più che dalla Storia è che il bambino beve, va in panico, si irrigidisce e mette in atto una serie di comportamenti involontari che contribuiscono all’annegamento. Sia che il nostro piccolo sia altamente idrofobico, sia che sembri il figlio dell’Uomo di Atlantide, ricordiamo che i bambini non vanno “buttati” in acqua, ma “accompagnati”.

Nuoto neonatale: serve una presenza rassicurante

Bambini in piscina

Iniziare un neonato al nuoto, una volta che l’ombelico sia perfettamente cicatrizzato, è una cosa che può fare qualunque genitore che si muova nell’acqua con estrema confidenza. Dato il rapporto estremamente fisico che la mamma ha col neonato in questo periodo, sarebbe preferibile, che fosse lei a farlo, ma anche il papà, se molto presente nella vita del piccolo può farlo.

Non si tratta, in questa fase di trasformarlo in un Paltrinieri in miniatura, ma semplicemente di evitare di recidere quel trait-d’union tra la sua vita “acquatica” prenatale e quella in cui passerà al nuoto vero e proprio. Per farlo però, oltre ad essere in grado di nuotare in modo sufficientemente sicuro, dobbiamo essere noi stessi in sintonia con l’”elemento” acqua, così da non trasmettere al bimbo la nostra stessa paura.

Per capire come si rapporterà il nostro bambino una volta in mare o in piscina, osserviamolo mentre fa il bagnetto di routine: se scalcia o si irrigidisce quando proviamo a immergerlo, e strepita tanto da far concorrenza alla sirena dei pompieri, non perdiamo le speranze, ma prepariamoci ad avere vita dura. In caso contrario sfruttiamo le vacanze alle porte, per farlo diventare un piccolo delfino.

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Ex istruttrice di nuoto, appassionata di yoga nonostante uno spirito pragmatico e contadino. Amo lo sport non agonistico da quando l'agonismo ha battuto l'etica ai rigori. Sono attiva sui seguenti social network: Campariorangecongliamici e Pizza&chiacchiere.
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