Mononucleosi infettiva e sport: cause, diagnosi, cura e convalescenza. Il parere dell’esperto

Mononucleosi negli sportivi

Intere stagioni agonistiche “rovinate” dalla mononucleosi. È successo a molti sportivi, dai nuotatori agli atleti, dai tennisti ai ciclisti. Una malattia che colpisce tanto i praticanti quanto i professionisti e dalla quale è dura riprendersi, per questo è capace di mandare all’aria tanti sforzi e tanti sacrifici. Abbiamo voluto approfondire il tema intervistando il Prof. Giuseppe Cerasari, infettivologo-epatologo di MioDottore che riceve a Roma.

Infettivologo-epatologo Professor Giuseppe Cerasari
Il Professor Giuseppe Cerasari, infettivologo-epatologo di Roma

Prof. Cerasari, spieghiamo brevemente che tipo di patologia è la mononucleosi e come si contrae?
“La mononucleosi infettiva è una malattia infettiva contagiosa causata da un virus, virus di Epstein-Barr (EBV), diffusa in tutto il mondo, senza una ben definita stagionalità, che colpisce soggetti di qualsiasi età, anche se principalmente giovani adulti nella fascia 15-20 anni. Spesso la malattia si manifesta in forma subclinica, ovvero senza sintomi importanti, soprattutto quando viene contratta nella prima infanzia, mentre nei giovani e negli adulti provoca la comparsa di un quadro clinico più complesso e serio”

Quali sono i sintomi e come viene diagnosticata?
“I sintomi compaiono dopo un periodo di incubazione, non ancora definito con sicurezza, ma piuttosto breve per i bambini e più lungo per gli adulti, nei quali può arrivare sino a due mesi, nei casi evidenti con esordio rapido e importante. Si manifestano febbre elevata, cefalea, malessere con stanchezza e nell’80% dei casi faringo-tonsillite di varia gravità, potendo addirittura simulare la difterite e impedire la deglutizione nei casi più gravi. Il segno più frequente è l’ingrossamento dei linfonodi in particolare quelli delle stazioni latero cervicali. Più spesso compare una manifestazione sistemica che interessa anche le ghiandole ascellari, inguinali e quelle profonde. Nella metà dei casi si evidenza l’ingrossamento della milza che risulta anche molto friabile con possibilità di rottura anche per piccoli traumi. Anche il fegato può risultare ingrandito. In una certa percentuale di casi, che può essere intorno al 10%, può manifestarsi la comparsa di bolle diffuse su tutto il corpo, caratterizzate da un esantema maculo papuloso che ricorda quello della rosolia. Più raramente si possono manifestare sindromi neurologiche, con meningite ed encefalite, ma anche pericardite, miocardite e orchite. Sia la febbre che la sintomatologia a carico del cavo orale in genere persistono per una decina di giorni, mentre l’ingrossamento dei linfonodi persiste per 3 settimane. È stata avanzata l’ipotesi che la persistenza del virus con elevati titoli di anticorpi rilevabili nel sangue, possa essere responsabile della sindrome da affaticamento cronico ma tale ipotesi non è da tutti condivisa.
La diagnosi, oltre che sui sintomi clinici, si basa sugli esami di laboratorio. Il quadro ematologico, infatti, è caratterizzato da un aumento dei globuli bianchi che possono arrivare fino a 50.000 µL, alterazione della formula leucocitaria con riduzione dei neutrofili, aumento dei monociti e linfociti. Tali alterazioni persistono anche per due mesi. I metodi sierologici consistono nell’evidenziare gli anticorpi diretti verso le componenti del virus a partire dalla prima settimana. Tipici della fase acuta di infezione sono gli anticorpi anti EB VCA di tipo IgG e IgM. Altre tecniche di biologia molecolare consentono di identificare il DNA del virus. Quindi la diagnosi nei casi tipici non è particolarmente difficile basandosi sui dati clinici e di laboratorio includendo anche il frequente riscontro di aumento di valori delle transaminasi”

Sportivi più esposti alla mononucleosi?

Negli ultimi anni ci sono stati molti casi di mononucleosi tra gli sportivi professionisti. Ci può essere qualche motivazione? Gli sportivi si possono considerare più esposti di altri soggetti?
“Sì, per gli sportivi, specie quelli che praticano a livello agonistico, possono instaurarsi delle condizioni in cui il sovrallenamento porta a una depressione e ridotta capacità del sistema immunitario di rispondere agli agenti esterni. A ciò si aggiunge l’aumentata permeabilità delle mucose (compresa quella intestinale), minor livello di immunoglobuline (anticorpi, in particolare della classe IgA) che possono facilitare l’insediamento dei patogeni. Inoltre alcuni sport possono essere considerati più a rischio dal momento che i contatti e le interazioni sono maggiori: ad esempio lo scambio di bottiglie per l’idratazione, specie negli sport di squadra al chiuso, presenta maggior facilità di trasmissione tra i membri di uno stesso gruppo. Gli spostamenti e le trasferte, infine, rappresentano un importante fattore di rischio aggiuntivo per diversi tipi di infezioni”

Per migliorare il rapporto peso-potenza i ciclisti, per esempio, tendono ad abbassare la percentuale di massa grassa: quanto questa abitudine incide sugli anticorpi e sulla possibilità di contrarre virus?
“Un basso livello di massa grassa è un fattore di rischio per le infezioni non solo per gli sportivi ma anche per la popolazione generale. Solitamente alcune discipline che richiedono un basso peso per rientrare in alcune categorie e una bassa percentuale di massa grassa, come nel ciclismo appunto, portano all’instaurarsi di pratiche fai-da-te che comportano una restrizione in termini di calorie, di assunzione di macro e micronutrienti (vitamine e minerali) e di ulteriore stress per l’organismo, che può inficiare le normali difese naturali e produzione di anticorpi. È stato coniato infatti da pochi anni dal Comitato Olimpico Internazionale (IOC) un termine per descrivere una sindrome caratterizzata da una scarsa disponibilità energetica dovuta a uno squilibrio tra il necessario introito giornaliero per quantità e qualità rispetto al consumo e all’attività sportiva (la cosiddetta sindrome RED-S). Inoltre la massa grassa tra alcuni ciclisti può arrivare anche sotto al 5-6%, un livello che mette a dura prova le funzioni e le capacità del sistema immunitario. Quest’ultimo infatti per poter funzionare in maniera ottimale richiede un introito adeguato di calorie, di glucidi e di microelementi, spesso carenti in questi atleti per le suddette pratiche. Inoltre gran parte dei nostri ormoni vengono prodotti a partire dal colesterolo e quindi dal ‘grasso'”

Il difficile recupero dalla mononucleosi

Spesso capita anche che gli sportivi che contraggono la mononucleosi poi abbiamo molte difficoltà a recuperare dopo, compromettendo intere stagioni agonistiche. Come mai è così difficile riprendersi?
“Gli sportivi mediamente richiedono un recupero maggiore per via delle sedute di allenamento e delle diverse abitudini rispetto ai non praticanti, in particolare per gli atleti agonisti. Spesso il ritorno all’allenamento viene anticipato, trascurando aspetti importanti del riposo notturno e delle concomitanti attività extra-sportive dell’atleta (nutrizione, lavoro, scuola). Alcuni sintomi poi possono persistere anche dopo l’infezione e rappresentare un rischio per la sindrome da fatica cronica (CFS), di cui ancora oggi non è ben chiaro il ruolo del virus come causa e conseguenza. L’atleta, infine, è già di per sé a rischio per la sindrome da over training, che con la mononucleosi condivide molte delle manifestazioni cliniche, alcune descritte sopra”

La convalescenza dalla mononucleosi per uno sportivo è più complicata rispetto a una persona che non pratica sport ad alti livelli?
“Più che complicata richiede maggiori accortezze, dal momento che in alcuni sport, specie quelli da contatto e quelli che richiedono un aumento della pressione intraddominale, il rischio di traumi, in particolare a livello della milza, può mettere a rischio la salute dell’atleta. Non vi è attualmente un consenso generale sui tempi di ritorno alla pratica sportiva, sebbene è buona norma attendere da un minimo di tre settimane fino anche a 2-3 mesi, dal momento che il rischio di rottura della milza è maggiore in questa prima fase. È necessario poi un ritorno alla pratica sportiva graduale, partendo da attività più leggere e aumentando gradualmente di intensità”

Prevenzione e cura

Quali precauzioni occorre prendere per non contrarre la mononucleosi?
“Non ci sono particolari misure da prendere in considerazione per non contrarre la malattia. Dobbiamo considerare che la fonte di contagio è costituita prevalentemente dalle secrezioni nasali e orofaringee. Il virus persiste a lungo nel paziente sia adulto che bambino e può essere eliminato ininterrottamente e in maniera copiosa con la saliva per oltre un anno. Tale eliminazione, anche se saltuaria, persiste durante il decorso della vita. La trasmissione avviene per contatti molto stretti tramite la saliva e il bacio, ma è possibile il contagio tramite gli oggetti e il sangue”

E una volta contratta qual è il modo migliore di affrontarla?
“L’infezione causa un abbassamento delle difese immunitarie. È assolutamente necessario il riposo e una sana alimentazione, tenendo anche conto dell’interessamento di altri organi come il fegato, che può manifestare una vera e propria epatite con aumento dei valori delle transaminasi. Non sempre tale interessamento è accompagnato da ittero evidente per cui i valori di funzionalità epatica vanno ripetuti sia durante la fase acuta che durante la convalescenza”

Quanto tempo può durare la convalescenza?
“Mentre la guarigione avviene generalmente entro le quattro settimane, la convalescenza è molto prolungata e questo dato è in relazione al sistema immunitario del soggetto colpito e alle complicanze presentate. Queste ultime nel caso di interessamento del sistema nervoso centrale possono determinare esiti importanti”

E nel caso dei bambini? Se contraggono la mononucleosi e sono abituati a praticare sport, quando possono riprendere l’attività fisica?
“Valgono le raccomandazioni descritte precedentemente. Bisogna poi porre maggior attenzione ai segni e sintomi che nel bambino possono essere più sfumati o confondersi con altre condizioni sia infettive che para fisiologiche che possono dare lo stesso quadro clinico, in particolare ad esempio inappetenza, stanchezza, difficoltà di concentrazione, sonno. Importante è il riposo, specie notturno, che deve essere tenuto maggiormente in considerazione per permettere un recupero ottimale senza rischi”

Ci può essere una ricaduta per questa patologia?
“L’eliminazione del virus, anche se saltuaria, persiste durante il decorso della vita. Per cui tale possibilità sussiste e può essere determinata da varie cause”

Può avere conseguenze sull’organismo anche nel lunghissimo periodo?
“Può avvenire principalmente in concomitanza di preesistenti stati di immunodeficienza“.

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Giornalista professionista appassionata di sport fin da bambina. Scrivo per diverse testate nel web e sono fondatrice di Milady Magazine e Sport Folks. Ciclismo, volley e animali sono le mie più grandi passioni.
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