Lettera di un ciclista a un automobilista

Lettera di un ciclista a un automobilista

Caro automobilista che con il braccio teso mi mandi in luoghi lontani e in posti angusti in cui non voglio stare, tu che mi strombazzi irritato e quando mi superi hai una mano sul clacson e con l’altra tieni il cellulare, sappi che non ho paura di te ma della sproporzione della massa ingente del tuo veicolo contro gli 88 chilogrammi del binomio sottoscritto-bicicletta.

Caro automobilista sappi che mettermi in strada con la mia bicicletta è la cosa che più amo al mondo e, allo stesso tempo, la più grande concessione di fiducia a un numero indefinito di sconosciuti che io possa fare. Che si creda o no in qualche divinità bisogna dire grazie quando si arriva incolumi dopo aver pedalato su strade percorse da una frenesia insensata e da una violenza che diventa di anno in anno più incontrollata.

Quando ho iniziato a mettermi in strada, nei primi anni Novanta, non era così. Non che le strade fossero esenti dall’inciviltà, ma era un fenomeno minoritario e nascosto. Le trasformazioni sociali e l’evidente aumento di ciclisti sulle strade hanno portato a un proporzionale incremento della violenza contro chi pedala.

Ricordo che da ragazzo trovavo per strada gente che mi chiamava e incitava con i nomi di Bugno e Chiappucci, Indurain e Pantani. Successivamente è iniziata una fase nella quale venivo bonariamente apostrofato con l’aggettivo “dopato”, poi la situazione è peggiorata anno dopo anno. È vero la popolarità del ciclismo in Italia è piuttosto in ribasso ma quando vado a pedalare in Francia è tutto un “bon courage”, “allez” e “tu veux de l’eau?”.

Giuro.

Succede a 100-200 chilometri da casa mia, basta valicare le Alpi.

In Italia la violenza contro i ciclisti è aumentata in maniera esponenziale.

Difficile trovarne una formula. Ci provo:

decibel insulto = numero ciclisti x area media di occupazione del suolo del singolo ciclista

virulenza insulto x eterogeneità lessicale = tempo di attesa allo sgancio del pedale + tempo di ripresa del motore

invito ad andare in luoghi lontani o angusti = distanza in cm dalla striscia stradale laterale

Cara automobilista che – ferma per 4 minuti 4 della tua impegnatissima giornata festiva – col finestrino abbassato urli (scusate il caps lock) A CASA VE NE DOVETE STARE, tu sappi che io ho da tempo compreso come in realtà questo fenomeno crescente sia causato dai cambiamenti climatici e dal riscaldamento globale. Si sa che con l’aumento delle temperature aumentano anche gli atti criminosi, ci sono decine di ricerche scientifiche che lo provano.

Ricerche scientifiche a parte c’è anche una ragione puramente fisica: con il progressivo aumento delle temperature la gente ha iniziato a tenere i finestrini abbassati anche in stagioni in cui prima ci si barricava all’interno dell’abitacolo. Anche nel Nord Italia non è più inusuale trovare persone che viaggiano in novembre con il finestrino abbassato, quando non in pieno inverno. In passato l’insulto rimaneva un suono ovattato nel chiuso dell’abitacolo dell’automobile. Il ciclista veniva raggiunto da una disapprovazione indistinta e non sapeva se era stato paragonato a un escremento (con tutte le variabili lessicali del caso), se era stato mandato in luoghi lontani ed angusti oppure se veniva accusato di rompere scatole (in casi statisticamente irrilevanti) o oggetti sferici di natura organica (nella maggior parte degli scambi verbali).

È quindi probabile che i cambiamenti climatici abbiano portato a un concorso di cause sfavorevole ai ciclisti, oggetti privilegiati del crescente astio automobilistico.

Oppure no.

Oppure non sono i cambiamenti climatici e tu, automobilista, non sei irritato dal tempo che ti faccio perdere e dai semafori verdi in cui resti con la marcia in folle, dai faticosi sorpassi a cui ti costringo e dall’eventuale cambio di marcia al quale ti obbligo quando mi incontri in salita.

Tu, automobilista, solamente mi invidi la libertà che nessun mezzo motorizzato ti può dare: quella di compiere un tragitto utilizzando il proprio corpo e la propria energia, la propria esperienza e la propria attenzione. La libertà. Conosci il significato di questa parola?

Ne dubito. E sai perché? Perché tu l’energia te la compri al distributore e l’esperienza è quella che hai fatto alla scuola guida per prenderti il titolo legale che ora usi come giustificativo delle tue molestie verbali ai danni di chi pedala. L’attenzione la riservi più agli autovelox che alle persone, più alla quota del pedaggio che alla distanza tenuta dal ciclista che sorpassi.

Del corpo non parliamone perché quando guidi non sai più nemmeno di averlo perché altrimenti ti si accenderebbero i neuroni specchio e potresti anche arrivare a pensare di essere tu quello che sta pedalando davanti al tuo cofano.

Cordialità

Un ciclista

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Giornalista e ciclista, è riuscito a far convivere le sue due passioni scrivendo di bici per numerose testate, fra cui "Ciclismo" e "L'Unità". Colleziona colli alpini ed è sempre a caccia di nuovi itinerari fra Italia, Francia e Portogallo. Ha pubblicato diversi libri fra cui "Storia del ciclismo" e "Grimpeur".

Commenti

    Mauro Capella
    7 novembre 2017 - 11:34

    Che poi ci dovrebbero ringraziare. Ogni ciclista in più vuol dire un’auto in meno in coda un parcheggio in più disponibile. Ogni ciclista in più vuol dire maggior vivibilità sulle strade. Ma forse, chi ha una mano sul clacson e con l’altra tiene il cellulare non hai neuroni (non solo a specchio) rimasti per elaborare questa informazione

      Lucia Resta
      7 novembre 2017 - 12:06

      È verissimo!

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