John McEnroe – L’impero della perfezione, in un doc la dannata finale del Roland Garros

Recensione film John McEnroe - L impero della perfezione

Il documentario di Julien Faraut racconta le sensazioni della finale del 1984 a Parigi, ancora oggi un incubo per il tennista.

Puoi vincere tutto, ma continuerai a rivedere e rivivere le tue sconfitte, anche se ti chiami John McEnroe è sei il sinonimo di genio nel mondo del tennis. Nel documentario John McEnroe – L’impero della perfezione, distribuito a partire dall’8 maggio da Wanted Cinema, riviviamo la finale del Roland Garros del 1984 persa dalla stella del tennis americano.

Ad aprire il documentario di Julien Faraut una frase di Jean-Luc Godard, “Il cinema mente, lo sport no”, e parte poi un racconto che spiega il talento unico del tennista americano, il classico genio e sregolatezza. Dopo un paio di filmati che introducono il padre del filmati sportivi francesi, Gil de Kermadec, che spiegò passo per passo, colpo per colpo la magia del tennis al popolo francese, si torna al talentuoso americano.

Lontano dai laboriosi filmati degli anni 50, de Kermadec capì che bisognava dedicare la pellicola ai campioni. Eccolo in prima fila a vedere McEnroe che si gioca il primo titolo sulla terra rossa del Roland Garros nel 1984. Dopo due set da incorniciare, McEnroe inizia a manifestare nervosismo, insulta l’arbitro, se la prende con i giudici di linea e con tutti gli altri. Anche il più corretto Ivan Lendl sottolinea al giudice di gara che sta favorendo un po’ troppo all’irrequieta star americana.

Lendl riuscirà a riequilibrare il match e a far innervosire ancora di più McEnroe. La finale terminerà con la vittoria del tennista ceco e con un inconsolabile McEnroe a coprirsi il volto e a scalciare quelle telecamere che erano state decantate da de Kermadec e che hanno ripreso minuto per minuto il suo dramma.

Il fantasma di quella finale è ancora fortemente vivo nella mente del tennista che, a distanza di anni, torna nel Centrale del Roland Garros come telecronista. La sua caduta viene ripresa in ogni minimo dettaglio dai fischi del pubblico francese fino ai suoi numerosi improperi con una realtà che adorava anche lo stesso Godard. L’Équipe lo intervistò e le sue dichiarazioni sono riprese nel documentario: il regista dice di amare lo sport perché non mente.

Narrato da Mathieu Almaric, il documentario di Faraut fa uno splendido parallelismo tra la nascita del cinema, citando anche Eadweard Muybridge, e la storia di un eroe, caduto, ma pur sempre un eroe.

Quel John McEnroe che fu abbandonato da tutti, ma che avrebbe fatto impazzire Godard.

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Giornalista professionista e grande appassionata di cinema e serie tv. Scrive per diverse testate nel web.
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