Ciclismo: che cos’è la biomeccanica. Intervista a Gianni Pederzolli

Biomeccanica e ciclismo

Il biomeccanico Gianni Pederzolli ci spiega l’importanza delle misure e delle geometrie nella pratica ciclistica.

Che cos’è la biomeccanica? Perché questa disciplina della biologia è così importante per il ciclismo? Per rispondere a queste e ad altre domande Sport Folks ha intervistato Gianni Pederzolli, uno dei pionieri italiani della biomeccanica applicata al ciclismo. Da un quarto di secolo Pederzolli ha messo la propria esperienza a disposizione di ciclisti di qualsiasi età e livello, dai semplici amatori ai corridori delle squadre World Tour. Ora si dedica agli Juniores e agli Under23, ma qualche anno fa ha contribuito a far fare il salto da una squadra Continental a un team World Tour a quattro ragazzi molto meritevoli. Nel 2008 ha dato vita al marchio marchio Zheroquadro per la produzione e commercializzazione di telai in carbonio su misura.

 Che cos’è la biomeccanica?

“La biomeccanica è la scienza che studia il corridore e il suo mezzo con una visione di insieme, non come entità divise. Da questa considerazione partono tutta una serie di valutazioni volte a creare tra i due una perfetta sinergia, in cui la bicicletta deve calzare sul ciclista come un abito sartoriale”.

Quanto è importante la biomeccanica nella pratica ciclistica e come può contribuire a migliorare le performance dei ciclisti?

“Analizzare la conformazione fisica di ognuno – e predisporre di conseguenza una bici adatta nelle misure e nella geometria – ha lo scopo di prevenire tutte le patologie derivanti da un’errata posizione in sella. La biomeccanica pura in sé non fa andare più veloce: questo è pertinenza della preparazione atletica e dell’allenamento. Una giusta posizione, però, permette di poter sfruttare sempre al massimo i propri Watt, senza esser limitati da dolori dovuti al tempo passato in sella. Arrivare allo sforzo finale di una dura corsa senza fastidi aggiunti fa utilizzare al meglio le risorse del corpo e spesso determina la differenza tra vittoria e sconfitta”.

Quali sono le regole base della biomeccanica? Quali le misure fondamentali per calcolare la giusta posizione in bicicletta?

“Difficile condensare in poche parole un concetto così complesso: diciamo che alla base di tutto sta l’equilibrio. Una bici deve far muovere il corpo in armonia e non forzarlo in posizioni innaturali. A ciò poi vanno aggiunte considerazioni tecniche e fisiologiche: innanzitutto, non bisogna arrivare ad iper estendere gli arti e bisogna mantenere gli angoli di lavoro delle articolazioni entro determinati limiti. I metodi di misura sono diversi, ma i più funzionali riguardano angoli e posizione del piede durante la pedalata e relativa postura di schiena e braccia”.

Qual è il giusto compromesso fra comfort, guidabilità e aerodinamica?

“Chi non ha pretese di gareggiare credo dovrebbe maggiormente pensare al comfort, soprattutto con l’avanzare dell’età, onde evitare possibili pause forzate a causa di infortuni. Chi è giovane e gareggia, o chi è più “vecchietto” ma ha sempre pedalato a livello agonistico, può concedersi qualcosa in più in fatto di sprint e durezza a scapito del comfort, anche in virtù di una muscolatura già abituata al gesto atletico. Bisogna infine considerare la catena cinetica chiusa che costringe il corpo a muoversi entro misure definite e che quindi obbliga ad operare un compromesso tra questi tre parametri”.

Gianni Pederzolli insieme ai giovani ciclisti della Zheroquadro - Lan Service - SMP
Gianni Pederzolli insieme ai giovani ciclisti della Zheroquadro – Lan Service – SMP

Quali sono i principali campanelli d’allarme di una cattiva posizione in bici? E quali le patologie che si possono sviluppare se non vi si pone rimedio?

“Per quanto lunga e faticosa, un’uscita in bicicletta non dovrebbe lasciare strascichi dolorosi, una volta terminata (a patto di essere rimasti entro i propri limiti fisici e di forma). Eventuali spie che vadano oltre il normale indolenzimento muscolare e la spossatezza derivanti dalla pedalata, spesso sono causate da un errato gesto motorio o da un appoggio sbagliato sui tre punti di contatto tra noi e la bici: sella, manubrio e pedali. Bruciori o dolori eccessivi sotto la pianta del piede, alle caviglie, alla schiena o alle braccia, insistenti formicolii alle estremità, eccessiva pressione su spalle e collo, sono tra i principali campanelli d’allarme. Molti problemi di natura osteoarticolare e muscolare alla schiena e agli arti, infatti, risultano alla fine derivare da una pedalata irregolare o da una bici di dimensioni non idonee al corridore”.

Quali sono le differenze biomeccaniche di una bicicletta da cronometro rispetto a una bicicletta da strada?

“In una crono lo scopo è esplodere la maggiore potenza possibile per un limitato periodo di tempo. Da qui, la naturale biomeccanica si adatta nel far assumere una posizione più compatta e avanzata, che permette di massimizzare il trasferimento della potenza sui pedali. Bisogna tenere a mente che, a lungo andare, ciò che si guadagna da una parte lo si paga dall’altra, in termini di stress sulla muscolatura anteriore della gamba. Una crono, però, dura al massimo un’ora (un’ora e mezza, in casi eccezionali) e quindi il costo in termini di stress articolare è minimo”.

Gianni Pederzolli insieme a Kristijan Durasek della UAE Emirates

Esistono delle differenze biomeccaniche fra un telaio da uomo e un telaio da donna?

“Il corpo maschile e quello femminile si differenziano per alcune diversi rapporti proporzionali, in linea di massima: è questo che si va a ottimizzare, quando si creano due distinte linee per i telai. Ciò, ovviamente, vale solo per quelli a taglie. Nelle bici progettate su misura non si pone il problema del sesso del ciclista, in quanto il telaio è fatto per calzare a pennello e quindi non segue regole fisse (a parte alcuni naturali principi di costruzione). Una differenza, invece, si evidenzia a  livello della sella, dato che nelle donne l’appoggio del bacino è maggiore”.

Chiudiamo con una domanda sull’aerodinamica. La posizione a missile assunta da sempre più professionisti durante le discese è realmente redditizia oppure i benefici aerodinamici vengono vanificati dalla scomodità della postura? Che cosa ne pensa?

“La posizione “a missile” vera e propria è quella che prevede una posizione sdraiata sulla bici, con la pancia sulla sella e i piedi distesi all’indietro. Certo, l’impatto aerodinamico sarà sicuramente inferiore, ma la manovrabilità e il controllo sul mezzo scompaiono quasi del tutto. Credo, però, che tu ti riferisca a quella “a uovo” assunta a volte da Froome, per citarne uno. Rannicchiato basso in avanti sul manubrio. Recenti studi aerodinamici mediante CFD (fluidodinamica computazionale, una metodica moderna usata sempre più dalle aziende del settore) e poi trasferiti in galleria del vento pare dimostrino che il vantaggio non esiste e che la migliore posizione (dopo quella da crono, ovvio) sia ancora quella classica da discesista. Personalmente ritengo che ciò che si potrebbe forse anche guadagnare in efficacia aerodinamica, lo si perde in sicurezza e controllo del mezzo. L’unico evidente vantaggio è dato dal baricentro più basso, ma il rischio di caduta dato dalla scarsa guidabilità e dall’instabilità non depone a favore di questa scelta”.

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Giornalista e ciclista, è riuscito a far convivere le sue due passioni scrivendo di bici per numerose testate, fra cui "Ciclismo" e "L'Unità". Colleziona colli alpini ed è sempre a caccia di nuovi itinerari fra Italia, Francia e Portogallo. Ha pubblicato diversi libri fra cui "Storia del ciclismo" e "Grimpeur".
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