Chef Rubio: “Rio 2016 è stato intenso, a Tokyo 2020 ci andrei anche da visitatore”

Chef Rubio rugbista

​Chef Rubio si racconta: dai ricordi felici del rugby giovanile all’impegno alle Paralimpiadi di Rio 2016, con uno sguardo a Tokyo 2020.

Un passato da rugbista professionista e un presente da chef errante, impegnato nel sociale e sempre pronto a metterci la faccia: ​Chef Rubio​ è uno dei personaggi televisivi più amati, con un legame indissolubile con lo sport. Lo abbiamo visto nel bordocampo del ​Sei Nazioni con Rugby Social Club, per poi volare in Brasile nelle cucine delle ​Paralimpiadi di Rio 2016. ​In tv, dopo aver scoperto la sua anima da chef gipsy in ​Unti e Bisunti​, Chef Rubio ha portato la sfida a un livello superiore cimentandosi in una serie di ​lavori sporchi​, al limite della possibilità umana, in È uno sporco lavoro​, il ​nuovo programma​ appena concluso su ​DMAX​. Ecco che cosa ci ha raccontato nell’intervista.

Chef Rubio: sei nell’animo più chef o più rugbista?
“Mi sento una persona che cerca di fare del bene con gli interessi che ha, poi non mi sento chef o rugbista: non mi sentivo rugbista quando facevo rugby e non mi sento uno chef da quando sto in cucina. Semplicemente è un titolo che ti danno da fuori”

Chef Rubio - Foto Tamara Casula

Super10 nel 2002 a Parma, Rugby Roma fino al 2005, in Nuova Zelanda nel Poneke RFC, Super10 a Rovigo e poi Lazio fino all’infortunio al legamento crociato nel 2011: di tutta la tua carriera da rugbista, qual è il momento che ricordi con maggior emozione?
“Ogni squadra e ogni stagione è stata interessante, da vittorie a delusioni dell’ultimo secondo, ce ne sono tanti di bei ricordi. Sicuramente i migliori sono quelli di quando sei ragazzino: non sei infettato da niente, da procuratori, stipendi e classifiche da scalare, ma ti diverti e giochi veramente a rugby. Come il rugby del college per gli inglesi, quello delle giovanili per me o per chi fa rugby, ritengo siano quelli i momenti più spensierati e divertenti”

Su Discovery ti abbiamo visto in campo a Rugby Social Club al Sei Nazioni e con Il cacciatore di Tifosi. Dando uno sguardo allo sport in tv: cosa vorresti aggiungere e cosa elimineresti?
“Le discussioni post-partita del calcio sono un folkore a cui, alla fine, siamo abituati. Lo sport finisce nello stesso istante in cui finisce la partita, poi gli sfottò e le analisi sono interessanti, ma fino a poco dopo la fine della partita: i dibattiti sono come la discussione che si ricrea al bar ancora a caldo, magari c’è anche il commento di quello che non ci capisce nulla ma è giustificato dall’onda dell’emozione. La televisione come la vita sono anche questo, ed è giusto che sia così: non toglierei niente, ma preferisco campionati come la Premiership, dove il tifo finisce al fischio dell’arbitro e se ne vanno al pub a farsi una birra, piuttosto che il nostro. Lo sport deve essere sport e deve finire nel momento in cui l’arbitro fischia la fine”

Con Il cacciatore di Tifosi su DMAX ti sei cimentato nell’insegnare le regole base del rugby attraverso la tv: come è andata?
Il cacciatore di tifosi è stata un’esperienza simpatica per cercare di avvicinare il pubblico al rugby. Anche se il rugby è vissuto ancora come una cosa per cui fa fico andare allo stadio.
Ci vorranno anni perché entri a far parte anche della nostra cultura sportiva, però fino a quel momento invogliare e stimolare può essere interessante. Sicuramente non è l’unica strada, bisogna che ci si sia un supporto anche per quanto riguarda le infrastrutture e la politica”

L’alimentazione: quali miti ritieni siano da sfatare e quali consigli invece dovrebbero essere seguiti più attentamente?
“Si tratta di un discorso molto ampio e che non può essere riassunto in una risposta, però devo dire che c’è tanta ignoranza in giro. Io, per quello che conosco da professionista del cibo e da ex professionista dello sport, non andando neanche più in palestra, riesco a gestire i fabbisogni di cui il mio corpo necessita nell’arco di una giornata perché conosco quello che sto mangiando. Non sono in uno stato di forma osceno nonostante non faccia attività fisica da tempo. Quindi se le persone conoscessero un po’ di più gli alimenti e avessero più voglia di fare attività fisica, almeno una camminata, secondo me si risolverebbero un sacco di problemi che ci sono oggi”

Sei stato Chef ufficiale a Casa Italia alle Paralimpiadi di Rio 2016: come è andata? Quali sono le cose più belle e le sfide più difficili di quell’esperienza?
“Di Rio ho dei ricordi intensi: belli o brutti non ha più valore dirlo, ma sono stati intensi. È stato impegnativo, tra i lavori più faticosi che ho fatto finora, senza ombra di dubbio. Mi ricordo molto bene gli atleti, sono piacevolmente ancora in contatto con Martina Caironi, farò qualcosina forse nel prossimo futuro con Oney Tapia, ma ricordo con piacere l’intero gruppo di sportivi, anche quelli meno noti e comunque campioni per tenacia e sensibilità”

Chef Rubio - Gabriele Rubini - Foto Tamara CasulaI prossimi progetti che ti legano allo sport? Ti vedremo ancora al fianco degli atleti alle Paralimpiadi?
“Sicuramente sono in contatto con il Fispes, che è intenzionato a portare quanti più atleti possibile a Tokyo 2020. Sto seguendo da vicino le tappe italiane del Grand Prix di Atletica paralimpica e sostengo la campagna Fispes ‘Oltremodoltre’ che abbiamo lanciato un mese fa circa allo Stadio di Rieti assieme a Martina Caironi, Oney Tapia e Monica Contrafatto. Se Fispes avrà intenzione di chiamarmi come cuoco ufficiale per le prossime Paralimpiadi ne sarei certamente onorato, altrimenti andrò ad assistere come visitatore”

Nel novembre 2015 hai presentato “Roma 7s Hills Rugby”, tra i cui promotori troviamo Riccardo Bocchino, Fabrizio Sepe, Diego Varani e tuo fratello Giulio Rubini. Come è nata l’iniziativa e come sta andando?
“L’iniziativa è nata con tutti i migliori propositi. Sono tutti ragazzi fantastici, incluso mio fratello che comunque tratto come chiunque, che si fanno un culo pazzesco per portare ragazzi al campo e allenarsi in una disciplina come il rugby a 7 che in altri paesi è supportata e riconosciuta. Qui c’è ancora tantissimo da fare. L’importante è iniziare e concentrarsi su quello di buono che si può fare: il 24 giugno Roma 7 Hills in collaborazione con il FIR e con il Comitato Regionale Lazio organizza un quadrangolare di rugby a 7 informale con 3 squadre preparate da Roma7Hills e la nazionale stessa per la preparazione agli ultimi due tornei del circuito europeo. È una cosa stimolante e andrebbe valorizzata, non solo per gli atleti, ma anche per chi ci sta attorno, perché se qualcuno scopre che può essere portato per questo sport, che non ha nulla a che vedere con il rugby a 15 seppure parlano la stessa lingua, può solo che far bene a questo movimento”

Hai iniziato a giocare a rugby fin da piccolo: hai un consiglio da dare ai piccoli sportivi?
“I consigli lasciano sempre il tempo che trovano, perché poi ognuno è giusto che faccia di testa propria. Posso solo dire che il mio corpo non era fatto per il rugby, ma l’ho reso tale: ero esile e con un accenno di scoliosi. Basta crederci e poi dopo chiunque può divertirsi. Se non fate il mio percorso da professionista, sicuramente da amatoriale bisogna divertirsi e formarsi almeno come uomo”

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Giornalista e Seo Specialist, è appassionata di tecnologia che usa soprattutto mentre fa sport (ma solo per rilassarsi!): braccialetto fitness sempre al polso, lettore MP3 durante le nuotate in piscina e la bici è la sua "Bentley". Ha una grande passione per l'alimentazione a cui ci si approccia da nerd.
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