Butterfly, il documentario che racconta tre anni della vita di Irma Testa

Butterfly - Documentario su pugile Irma Testa

Butterfly è un documentario che racconta tre anni della vita della pugile Irma Testa, la prima italiana a qualificarsi alle Olimpiadi. Diretto da Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, il documentario sarà in sala dal 4 aprile distribuito da Istituto Luce. Prodotto da Michele Fornasiero per Indyca in collaborazione con Rai Cinema, Butterfly segue l’evoluzione da “crisalide” a “farfalla” della giovanissima Irma Testa. Dai primi allenamenti al centro federale di Assisi al maledetto match dei quarti di finale di Rio 2016 perso con la francese Estelle Mossely, passando per il bagno di fama prima dei Giochi alla solitudine dell’atleta sconfitta.

Il film, realizzato anche con il patrocinio della FIP, la Federazione Italiana Pugilistica, è stato presentato oggi a Roma. I due registi hanno scoperto Irma nella palestra di Torre Annunziata dove la pugile ha mosso i primi passi nel mondo della boxe sotto la guida del maestro Lucio Zurlo. Kauffman racconta:

“L’idea del documentario è nata quando abbiamo conosciuto Irma, nella palestra col maestro Zurlo. Ci sembrava interessante, non sapevamo dove andava questa storia, ma il contesto ci piaceva. Ci piace la realtà e si voleva andare in questa direzione. Noi non siamo fan della boxe o appassionati di fare film sullo sport, ci piaceva seguire un’atleta prima e dopo le Olimpiadi. Se avesse vinto bene, se avesse perso, l’avremmo seguita lo stesso”.

La delusione di Rio 2016 è uno spartiacque nel film. I due registi e la mini troupe, che avevano seguito Irma e la sua famiglia in questi tre anni, sono stati gli unici a non lasciarla sola dopo il quarto di finale perso contro la francese che avrebbe poi vinto l’oro nei pesi leggeri. Cassigoli spiega:

“Irma stessa durante il primo anno di riprese non capiva cosa stessimo facendo, perché era abituata ad altro. Si è aperta dopo Rio, si è fatta vedere in tutto e per tutto. Filmare una crisi con una sportiva è ancora più difficile, ma Irma si è messa in gioco e abbiamo portato al limite tutto questo”.

Butterfly, le emozioni di Irma Testa

Ancora più duro è stato per Irma Testa, portata in trionfo prima dei Giochi di Rio 2016 e lasciata da sola da stampa e media dopo la sconfitta olimpica:

“Ero molto piccola (all’epoca aveva 18 anni, ndr), non capivo cosa potesse succedere. È stato duro aprirmi in un momento difficile per me. Alle persone piace mostrare la parte più forte, io ho mostrato la mia fragilità. Mi chiedevo se ne valesse la pena, una persona è bella sempre con aspetti positivi e negativi, ora non ho problemi a mostrare paure e fragilità, bisogna farlo”.

Per tre anni i due registi l’hanno seguita in ogni suo allenamento fra Assisi e Torre Annunziata. Irma racconta:

“All’inizio li trovavo invadenti ma sono stati bravi a entrare a far parte della mia famiglia, adesso quando vanno a Torre sanno con chi passare il tempo. Ho capito le loro esigenze e loro hanno capito le mie”.

Irma Testa parla anche del difficile rapporto con la sua amata terra di provenienza che “condanna” alcuni dei membri della sua famiglia:

“La preparazione atletica era forse la parte meno interessante, gestire la lontananza da casa per una ragazzina era profondamente difficile. Non erano momenti rosei, ma mi sono presa le mie responsabilità. Ho capito che dovevo lasciare le riprese sulla mia famiglia post Rio 2016, anche perché la sconfitta te la porti dietro ti fa male o bene, a me ha fatto bene”.

Dalla sconfitta, Irma si è rialzata e qualche settimana fa ha vinto il titolo europeo Under 22, la prima italiana a riuscirci. Il match perso contro Mossely è stata anche una spinta per far cambiare alcuni comportamenti della sua famiglia:

“Quello che cercavo di far capire a mio fratello e a mamma, è quello che dovrebbe capire ogni giovane: mio fratello cercava di non ripetere i miei errori fatti perché mia mamma non c’era perché lavorava e mio padre non c’è mai stato, io ho trovato la mia strada e spero che lo facciano gli altri”.

Fondamentale per Irma e per moltissimi altri a Torre Annunziata è stato il suo maestro Lucio Zurlo. Il loro rapporto, cinematograficamente parlando, ricorda molto quello fra il maestro Eastwood e la pugile Hillary Swank in Million Dollar Baby:

“Il film l’ho visto e il rapporto è lo stesso, è uguale a quello che si crea fra ogni allenatore e un atleta. Il mio maestro è stata la persona che mi ha mostrato la strada che volevo percorrere, mi ha portato via dai posti brutti dove sono cresciuto, tutti quanti dovrebbero avere un maestro Zurlo nella propria vita”.

Dopo la vittoria in Russia, Irma si augura di vincere ancora, ma per scaramanzia non nomina neanche il traguardo di Tokyo 2020:

“Mi auguro di vincere più che posso, non è sempre facile e possibile, la vittoria è bellissima dopo tanti sacrifici. È l’incoronazione, il prezzo che ti viene restituito indietro. Con la sconfitta i sacrifici e le rinunce vanno persi. Se trovi coraggio a riprendere è la tua crescita personale come persona, se sbatti contro il muro non rifai la stessa via, lo sport funziona al contrario: devi rifarla, dopo una delusione riprendi a fare quei sacrifici per rifare la stessa cosa”.

A nuocerle sul ring olimpico probabilmente era stata l’attenzione mediatica, come affermano Irma Testa e il regista Kauffman:

“Loro due erano il male minore, stavano lì, se mi allenavano o no riprendevano, è stata la pressione giornalistica che mi ha molto destabilizzato. Avevo vinto molto nelle giovanili, non mi aspettavo questo boom: ci speravo e ci credevo. Ho perso a Rio con la persona che avevo battuto e che poi ha vinto oro, ho battuto due che sono finite sul podio. Ho sbagliato a credere che ero invincibile, un errore legato alla mia età e alla mia maturità. Ora sto facendo il doppio dei sacrifici per Rio e lo capisco”.

Eppure a Irma era stato detto di dedicarsi all’uncinetto quando si presentò per la prima volta nella palestra del maestro Zurlo:

“Quando ho iniziato c’erano quattro maestri e nessuno mi considerava, tutti mi dicevano che dovevo smettere. Poi il maestro Lucio ha visto che continuavo ad andare in palestra nonostante nessuno mi volesse. Avvicinarmi allo sport mi ha dato possibilità di cambiare vita, io ho sempre avuto il richiamo di sfondare tutto lo stereotipo: la donna di Torre Annuziata non va a scuola, non può lavorare. Se non avessi fatto sport ce l’avrei comunque fatta, sono stata fortunata, molti non hanno le stesse ambizioni, tutti restano aggrappati alla speranza di andare via”.

Butterfly è un documentario dedicato a un’adolescente atleta, è un coming of age, un film dedicato al mondo della boxe della farfalla di Torre Annunziata. Infatti Irma all’inizio del documentario è una crisalide e diventa poi una farfalla.

In un’intervista racconta il rapporto ambivalente che vive col ring, ma a distanza di qualche anno Irma non ha più dubbi, il ring è la sua “coperta di Linus”:

“Ogni volta che i sacrifici aumentano e mi chiedo se ne varrà la pena, ogni volta che ho un dubbio, tutte le strade mi portano sul ring anche se mi toglie il fiato e mi sento chiusa è ancora la mia felicità”.

Non è un caso che si apra e si chiuda con una bimba che imita le gesta dell’eroina Irma. A quella bambina è dedicato il prossimo progetto dei due registi.

Butterfly vi aspetta al cinema dal 4 aprile 2019, prodotto da Indyca e Rai Cinema, mentre Istituto Luce lo distribuisce.

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Giornalista professionista e grande appassionata di cinema e serie tv. Scrive per diverse testate nel web.
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