Johan Pep Barcelona – Storia del calcio totale e di una città

Storia del Barcellona FC da Cruyff a Guardiola

Questa è una storia che sa di salnitro e rivoluzione. È una storia di strappi evolutivi, che affonda le radici nei canali di Amsterdam, nel neoplasticismo olandese, e arriva fino al Raval, ai piedi del Montjuïc e sulle rive della Barceloneta. È la storia di un nuovo modo di pensare il calcio. E ha come protagonista Barcellona.

Il Totaalvoetbal

I primo a rielaborare le unità di tempo e di spazio applicate al calcio è Marinus “Rinus” Michels, allenatore dell’Ajax e dell’Olanda tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70. Nella concezione calcistica di Michels si intravede un filo conduttore che unisce due squadre totali, l’Aranycsapat – la Grande Ungheria del ’54 – e l’Arancia Meccanica – l’Olanda del ‘74. La tattica diventa un fatto collettivo, una responsabilità condivisa. La squadra è un organismo unico, che si muove all’unisono. Con Michels, il pragmatismo e l’estro tipicamente olandesi trovano una sintesi perfetta: è il calcio totale.

In campo, è il figlio di un fruttivendolo di Betondorp, quartiere di Amsterdam, a dare forma ai concetti di Michels, a tradurli in atti. Si chiama Johan. Falso nueve ante litteram, Cruyff è il deus ex machina in grado di impostare l’azione ma anche di finalizzarla, capace di dettare i tempi e i passaggi, con l’agilità di un’ala, la resistenza di un mediano e la scaltrezza di una punta. Il suo calcio è un compendio di fantasia applicata.

“Ciò che mi insegnò Michels lasciò un segno indelebile nel mio modo di intendere il calcio” scrive Cruyff nella sua autobiografia. “Per esempio, l’idea che gli spazi si debbano allargare in fase di possesso palla e restringere in fase di non-possesso, perché nel calcio ogni cosa è in funzione della distanza”. I vuoti contano quanto i pieni, nel nuovo modo di pensare il calcio affermatosi in terra olandese. Lo spazio va gestito, amministrato, plasmato. “Un metodo praticabile da giocatori che non badano soltanto a loro stessi, ma sanno quello che fa chi porta palla e ne anticipano le mosse”. Bisogna entrare nella testa del compagno e dell’avversario, prevederne i movimenti, leggere il futuro.

L’impatto di Cruyff non si limita allo stile di gioco: il ragazzo di Betondorp è il primo a parlare di marketing, di procuratori, di sindacato e diritti dei giocatori – in un calcio ancora semiprofessionistico. Con l’iconico 14 sulle spalle, Cruyff si affranca dalla numerazione classica e dai ruoli tradizionali. Per i Mondiali del ‘74 pretende una casacca personalizzata, senza le tre strisce di Adidas sulle spalle, per via degli impegni contrattuali con Puma, suo sponsor personale. Un precursore.

Johan Cruyff nella storia del Barcellona
De Bundesarchiv, Bild 183-N0716-0314 / Mittelstädt, Rainer / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, Enlace

Con Johan Cruyff, l’utopia tattica di Michels trascende i confini nazionali, raggiunge Barcellona e il mondo. Da giocatore prima e da allenatore poi, Cruyff trapianta i dogmi oranje in terra catalana, dove il calcio totale trova la sua sublimazione. Un città come Barcellona non può non comprendere e abbracciare la potenza rivoluzionaria del calciatore totale olandese.

“Giocai cinque anni nel Barcellona, dal ‘73 al ‘78. Inizialmente non rimanevo mai zitto come gli altri giocatori, non era nella mia indole. Sotto il regime di Franco, la cosa non passò inosservata. E a uno come Armand Carabén, ai tempi dirigente del Barcellona, andava benissimo così”.

I giocatori in maglia blaugrana sono già més que un club, assurgono a manifesto dell’antifranchismo. Il calcio associativo predicato da Cruyff, in cui la fantasia del singolo trova espressione solo al servizio della collettività, assume una portata politica. Manuel Vázquez Montalbán, figlio del Barrio Chino e cantore della Barcellona popolare e lavoratrice, intellettuale e ribelle, non ha dubbi: “Valdano me lo spiegò un giorno in modo molto schietto: il calcio creativo è di sinistra, il calcio fatto soltanto di forza, di gioco sporco, è di destra”.

Stadio Barcellona - Mes que un club

Il ragazzo di Betondorp tornerà a Barcellona 15 anni dopo, da allenatore, per portare a termine la rivoluzione iniziata sul campo, cambiando per sempre il volto del Barcellona e di Barcellona.

Johan Cruyff allenatore del Barcellona
De Laia Solanellas, CC BY 2.0, Enlace

“Sin dal primo giorno, ribaltai la mentalità di gioco. Dissi al centravanti che lui era il primo difensore e spiegai ai difensori che erano loro a determinare la lunghezza del campo, a partire dal principio per il quale la distanza fra le linee doveva essere tra i 10 e i 15 metri”. Il modulo è una sorta di 3-4-3  che, all’occorrenza, diventa un 4-3-3. I difensori sono centrocampisti, i terzini sono ali e non c’è una vera punta centrale. Nelle giovanili, i ragazzi crescono adottando lo stesso sistema di gioco della prima squadra; il lavoro col pallone torna ad essere il protagonista indiscusso degli allenamenti e la tecnica prevale sui muscoli.

Nasce il Barça di Koeman, Guardiola, Bakero, Laudrup e Stoichkov, che domina in Europa dal 1988 al 1996 ed è universalmente considerato la trasposizione calcistica del Dream Team, la straordinaria nazionale statunitense di basket protagonista delle Olimpiadi del ‘92, tenutesi proprio a Barcellona.

Amor Ferrer Mussons Guardiola - Dream Team Barcellona
Di JordiferrerOpera propria, CC BY-SA 3.0, Collegamento

“Non è una questione di quanto si corre, ma di come si corre, al fine di creare triangoli in continuazione, grazie ai quali la circolazione della palla non si interrompe mai”. È il credo di Cruyff, mirato a irretire l’avversario con la circolazione di palla e ad affondarlo con verticalizzazioni improvvise. Il suo gioco è entropico solo all’apparenza: è un caos controllato, essenziale, geometrico.

Secondo il critico d’arte Giulio Carlo Argan, nella poetica neo-plastica olandese, combinare una verticale ed una orizzontale è già costruzione ed atto estetico. È il principio in cui credono ugualmente un pittore come Mondrian, uno scultore come Vantongerloo, architetti come Rietveld e van Eesteren. E un allenatore come Johan Cruyff, verrebbe da aggiungere.

A portare avanti il lavoro del Profeta olandese saranno Van Gaal e poi Rijkaard, fino ad arrivare all’era Guardiola.

Il calcio neuronale

Pep Guardiola allenatore
Di Football.ua, CC BY-SA 3.0, Collegamento

No tendrás los cojones de hacerlo”. Secondo la leggenda, fu questa la risposta di Pep Guardiola a Joan Laporta, Presidente del Barcellona, che gli aveva appena ventilato un futuro prossimo da allenatore del Barça. Siamo nel febbraio 2008, nell’Hotel Majestic, al centro di Barcellona, e la tattica calcistica si appresta a fare un altro passo sulla linea evolutiva.

Nobile lignaggio, carisma, eleganza e l’aura di chi riesce a vedere le cose da una prospettiva privilegiata, cogliendo aspetti invisibili ai più: con il suo avvento, Guardiola ha cambiato il modo di stare in panchina e ha riscritto la narrativa calcistica contemporanea. Parole come canterano, Masia, falso nueve e, ovviamente, tiki-taka sono entrate in pianta stabile nel vocabolario e nella storia calcistica dei nostri giorni.
Guardiola riprende gli insegnamenti del passato e li assembla con la maestria di un orologiaio. Nel 4-3-3 adottato dal primo Barcellona di Pep sono riconoscibili gli stilemi del calcio totale: portiere e difensori che sanno giocare la palla, esterni duttili, nessun punto di riferimento in attacco, possesso palla esasperato, interscambio delle posizioni sul campo.

Rispetto alla tradizione oranje, Guardiola propone una linea difensiva altissima, l’applicazione del fuorigioco sistematico e del pressing immediato sull’avversario in fase di non possesso, reso possibile dalla vicinanza fra i reparti. Le trame di passaggi, rigorosamente rasoterra sin dalla difesa, si sviluppano soprattutto in orizzontale e diventano ancor più ossessive. Siamo al calcio “neuronale” o calcio di posizione.

Nel sistema di Pep, i giocatori si muovono seguendo un canovaccio determinato dalla posizione del pallone, dei propri compagni, degli avversari e degli spazi. In fase di costruzione, bisogna fidarsi del portatore di palla e mettersi a sua disposizione come possibile appoggio. La fase di finalizzazione è pura libertà: la squadra sfrutta il dinamismo e la tecnica sopraffina dei tre attaccanti, intercambiabili.

“La parte più divertente è immaginare la partita di domani, sognare cosa succederà. Sognare questo, pianificarlo il giorno prima e trasmetterlo alla tua gente perché sappia cosa fare è il motore della mia professione”. Nel calcio onirico di Pep torna la visionarietà di Cruyff, la volontà di piegare il tempo ed usarlo a proprio piacimento.

Guardiola non hai mai fatto mistero del suo debito concettuale con la dottrina dell’olandese: “Cruyff ha costruito la cattedrale, il nostro lavoro è assicurarne la manutenzione” dice. In realtà, Pep non si limita alla manutenzione: aggiunge un paio di guglie importanti alla Cattedrale cruyffiana, puntate verso l’infinito. Garantendosi, così, l’ingresso nella Sagrada Família degli innovatori del fútbol, gente in grado di immaginare un modo nuovo di giocare e di realizzare la propria visione.

Sullo sfondo, una Barcellona torbida e sofisticata, rivolta allo stesso tempo verso il passato e verso il futuro, gelosa della propria tradizione e protesa verso la modernità. Funzionale e picaresca, efficiente ed estrosa, un po’ come il calcio totale.

Sitografia:
– https://it.eurosport.com/calcio/la-storia-della-tattica-da-sacchi-a-guardiola_sto4735853/story.shtml
– https://it.eurosport.com/calcio/addio-a-johan-cruyff-di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-calcio-totale_sto5375204/story.shtml
– http://zonacesarini.net/2015/09/12/olanda-arancia-meccanica-calcio-totale/
– http://www.rivistacontrasti.it/la-fine-dei-ruoli-cc/
– http://assoanalisti.it/analisi-tattica-barcellona-pep-guardiola/
– http://www.valderrama.it/i-nove-pilastri-del-guardiolismo/

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Si occupa di comunicazione nell'ambito della cooperazione internazionale. Pratica sport a livello sub-amatoriale. Aspirante CT, fautore della Garra Charrúa.
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